Namibia: sogno o realtà?

divertimento per strada

“Un viaggio non comincia quando si parte, ma quando si inizia a sognarlo” - Julian T. Ruiz

Se prendo spunto da questa citazione per scrivere il resoconto della mia vacanza in Namibia, devo partire da molto lontano: il desiderio di fare un viaggio in questo meraviglioso Paese scaturì nel lontano agosto del 2006 quando, studentessa di quarta superiore, mi decisi a lavorare seriamente alla ricerca per la tesina di maturità: l’argomento era l’affido dei bambini e, guardando un documentario in TV, mi venne in mente un’idea un po’ bizzarra, ma originale, ovvero fare un confronto in materia di affido tra i vari Paesi del mondo.

Mi resi conto quasi subito che si trattava di un’impresa tutt’altro che semplice, anche perché allora internet era ancora molto lento e le informazioni in materia erano difficilmente reperibili sia in rete che dai manuali cartacei; tuttavia, grazie alla mia testardaggine e grazie al suggerimento di un’associazione di genitori affidatari che avevo contattato via e-mail, provai a interpellare, un po’ a caso, le varie ambasciate e consolati del Mondo; tra queste, mi capitò di recapitare la mia richiesta anche al Console di Namibia in Italia che, gentilmente, mi diede il contatto di un suo amico, un avvocato torinese in pensione che era andato a vivere a Windhoek e, da poco tempo, aveva preso, con la compagna, in affidamento una bambina orfana.

Gli scrissi immediatamente e conobbi così una persona fantastica, che si mostrò fin da subito disponibilissima ad aiutarmi nella mia indagine; dopo un carteggio inerente prettamente all’argomento dell’inchiesta, gli chiesi il motivo per cui avesse scelto proprio la Namibia come sua nuova Patria: lui mi raccontò un po’ della sua vita e, al contempo, mi descrisse le bellezze di questo paese facendomene, lentamente, innamorare. In chiusura mi invitò ad andarlo a trovare l’estate successiva offrendosi come accompagnatore per portarmi a spasso per il Paese, ma raccomandandomi di avvisarlo per tempo del mio arrivo per potersi organizzare al meglio. A quell’epoca, però, un viaggio del genere era, per me, irrealizzabile per mille motivi, ciononostante il pensiero tornava, di tanto in tanto, ad affiorare nella mia mente.

“Ciò che il cuore desidera ardentemente fa muovere le gambe” – Proverbio africano

Mia mamma ed io abbiamo iniziato a progettare il tour della Namibia nell’agosto del 2022, mentre eravamo ancora a Cancún, l’ultimo giorno di permanenza in terra messicana, durante un fortissimo acquazzone e con la tristezza e la malinconia che accompagnano chiunque al termine di un viaggio: io, soprattutto, avevo assolutamente bisogno di uno spiraglio di luce, di un traguardo da raggiungere per affrontare con più grinta il nuovo anno scolastico ormai alle soglie.

Scrissi, già quel pomeriggio, ad alcuni operatori che organizzano escursioni in Namibia, ma era troppo prematuro e mi dissero di pazientare qualche tempo affinché potessero mettere a punto i nuovi cataloghi e inviarmi tutte le proposte dell’estate 2023, tenendo conto che, essendo insegnante, i miei periodi di vacanza sono vincolati al calendario scolastico e all’eventualità di essere impegnata, fino a luglio inoltrato, nelle commissioni di maturità.
A fine ottobre sono ripartita alla carica e, tra gli altri, ho contattato anche Maria Chiara: lei mi ha risposto subito e, nel giro di qualche giorno, abbiamo programmato una videochiamata per conoscerci, inoltre il colloquio è stato indispensabile per lei per comprendere le nostre esigenze e costruire un itinerario non preconfezionato, ma su misura per noi. Fin dal primo contatto abbiamo constatato che si trattava di una persona estremamente attenta, seria e affidabile: era proprio quello che stavamo cercando dopo la pessima esperienza vissuta in Messico, nonostante che ci fossimo affidate a un noto Tour operator italiano.
Qualche tempo dopo, abbiamo ricevuto la proposta per un tour completo del Paese e, nelle settimane seguenti, abbiamo pianificato parecchie videochiamate per studiare insieme i dettagli del viaggio e iniziare a entrare nell’ottica di un’esperienza così particolare.

Dopo Capodanno abbiamo saputo che un’altra coppia era interessata al nostro stesso itinerario, pertanto Maria Chiara ci ha comunicato che il viaggio era confermato e a febbraio abbiamo conosciuto, tramite videoconferenza Tony, il “nostro” autista, e Morena e Beppe, quelli che sarebbero stati i nostri compagni di avventura.

“Mille passi cominciano sempre da uno” – Proverbio africano

Il primo passo concreto verso la Namibia, domenica 16 luglio, è stato chiudere, dopo pranzo, la porta di casa e partire verso l’aeroporto di Malpensa; giunti al terminal, abbiamo incontrato Morena e Beppe, anche loro appena arrivati a Milano: neanche ci fossimo dati appuntamento! Posso affermare che Maria Chiara aveva ragione quando, presentandoceli, aveva dichiarato che si trattava di due persone stupende con cui ci saremmo trovate bene a condividere la nostra esperienza: c’è stata sintonia da subito, abbiamo infatti chiacchierato del più e del meno per tutto il tempo di attesa prima dell’imbarco conoscendoci e raccontandoci dei nostri amici a quattro zampe e delle nostre esperienze di viaggio precedenti.

Poco dopo le 14 del 17 luglio atterriamo in terra africana; malgrado la stanchezza dovuta al lungo viaggio, l’emozione è grande e le lacrime inevitabili; mamma mi abbraccia e mi dice: “Hai visto che ce l’hai fatta? Finalmente il tuo sogno si realizza!”.

Ad attenderci c’è un bellissimo cielo terso e un venticello frizzante, molto piacevole; dopo aver sbrigato le formalità per l’ingresso nel Paese andiamo a ritirare il fuoristrada e facciamo una breve sosta al Mall di Windhoek per l’acquisto di acqua e qualche snack, indispensabili per affrontare i lunghi percorsi del nostro itinerario. Ci sistemiamo in hotel e, all’ora di cena, usciamo per mangiare in un locale molto caratteristico della città.

È il 18 luglio, ci svegliamo di buon’ora e lasciamo la capitale; oggi ci spostiamo verso sud, la prossima tappa, infatti, è il Deserto del Kalahari: si staglia davanti a noi una lunga e, all’apparenza, interminabile strada asfaltata, tuttavia, intorno, il paesaggio cambia continuamente senza mai essere monotono.

Lungo il percorso ci fermiamo per la foto di rito al cartello che indica il passaggio del Tropico del Capricorno e rimaniamo affascinati dalla visione di alcuni altissimi termitai. Nel primo pomeriggio raggiungiamo il lodge in cui pernotteremo e ci prendiamo un po’ di tempo per riposare prima del nostro primo safari: verso le 16 è previsto un game drive su veicolo scoperto alla ricerca degli animali che vivono nel Kalahari. Restiamo incantati nell’osservare dei giganteschi nidi condominio costruiti dagli uccelli tessitori sociali, distinguiamo, in mezzo all’erba gialla e alla sabbia rossa, alcuni piccoli scoiattoli terrestri, poi springbok, orici, gnu, zebre, struzzi… e infine scorgiamo, in lontananza, la sagoma di tre elegantissime giraffe che brucano le acacie al crepuscolo.

Il veicolo ci porta, per concludere l’escursione, in un punto panoramico del parco, in cima a una duna, dove assistiamo a un bellissimo tramonto deliziandoci con un piacevole aperitivo organizzato dal lodge. Ma la giornata non è ancora conclusa: dopo cena Maria Chiara e Tony decidono di accompagnarci a guardare le stelle; ci allontaniamo di qualche chilometro dalla struttura e ci fermiamo ad ammirare uno straordinario cielo stellato: si vede anche la via lattea ed è esattamente come l’immagine che si vede sui libri di geografia…. ci sembra incredibile essere proprio lì, a scrutare l’emisfero celeste australe! Il silenzio e la pace che si percepiscono sono un qualcosa di indescrivibile.

La mattinata successiva è prevista una deviazione lungo il tragitto; dopo chilometri di asfalto, ad un certo punto, vediamo un cartello un po’ bizzarro: un segnale di pericolo con al centro un rettangolo verticale, per metà costituito da strada asfaltata e per metà da sterrata: Maria Chiara rompe il silenzio dicendo: “Qui finisce la strada e inizia la Namibia!”; cominciamo, infatti, a percorrere una delle tante sterrate che congiungono le varie località del Paese e che ci porterà a vivere un’esperienza esclusiva e irripetibile: abbiamo la possibilità, infatti, di vedere da molto vicino due esemplari di ghepardo cresciuti in cattività e abituati alla presenza dell’uomo. Essendo ormai da qualche giorno in “astinenza da gatti”, sentire le fusa, poter ammirare questi meravigliosi felini è un qualcosa di veramente eccezionale. A fine mattinata, passata l’emozione, ci dirigiamo, sempre percorrendo strade sterrate, verso Sesriem, dove passiamo la notte all’interno di un campo tendato immersi nella natura.

Il 20 luglio la sveglia suona prima dell’alba: bisogna arrivare e superare il Gate di Sesriem presto per evitare di far coda all’ingresso; mentre percorriamo la strada il sole sorge alle nostre spalle e ci divertiamo a scattare qualche fotografia alle nostre ombre.
Dopo aver raggiunto il parcheggio, ci attende un breve tragitto a bordo di un rimorchio trainato da un trattore per evitare di insabbiarci con il nostro fuoristrada e arriviamo vicino ai piedi del Big Daddy, la duna più alta del mondo per scalarla.
Qui il gruppo si divide: Tony e Beppe rinunciano subito all’impresa, Morena e mia mamma gettano la spugna dopo poco, invece Maria Chiara ed io, con tenacia e risolutezza, decidiamo di azzardare: ci togliamo le scarpe e avanziamo sprofondando nel Namib determinate a sfidare noi stesse. Durante la scalata, di tanto in tanto, si alza una folata di vento che solleva nugoli di sabbia che penetra dappertutto; fa anche molto caldo e lo sforzo è notevole, ma quando ci si ferma a prendere fiato si aprono scorci sempre diversi e man mano che si sale, la fatica è ripagata da un panorama mozzafiato. Una volta arrivate in cima e dopo esserci rifocillate con un succo di frutta, ecco che arriva la parte più divertente: scendere giù di corsa verso il Dead Vlei, con i suoi alberi di acacia fossili radicati nel Pan di argilla bianca!

Attraversiamo il Pan e, dall’altra parte, ad attenderci, c’è il resto della compagnia; veniamo accolte con sollievo dal resto del gruppo: noi avevamo perso la cognizione del tempo e loro, giustamente, stavano iniziando a essere un po’ in apprensione. Tuttavia, passata la preoccupazione, veniamo prontamente canzonate, soprattutto da Beppe e da Tony: io vengo incolpata di “abbandono di genitore”, e Maria Chiara accusata di “allontanamento dal gruppo”. Ridendo e scherzando, sgranocchiamo qualcosa e ci incamminiamo nuovamente verso il parcheggio, per rientrare al campo tendato. Prima di uscire dal parco, però, facciamo un’ulteriore sosta al canyon di Sesriem prima del tramonto; allontanandoci, scorgiamo ancora due orici che attirano la nostra curiosità in quanto stanno spronando un cucciolo ad alzarsi: probabilmente è appena nato!
Alla fine, per concludere una giornata a dir poco memorabile, dopo cena, trascorriamo una piacevolissima serata in allegria attorno al camino acceso all’esterno del ristorante.

Il venerdì si parte in direzione Atlantico; facciamo, in tarda mattinata, tappa a Solitaire, un piccolo insediamento che dispone di un’area di servizio molto particolare dove, pare, si mangi la torta di mele più buona della Namibia. Pare, perché l’intolleranza al lattosio non ci permette di sperimentare quella che agli occhi sembra, effettivamente, una vera delizia per il palato. Fotografiamo alcuni scoiattoli di terra particolarmente curiosi e abituati al contatto umano e, poi, spostandoci verso nord-ovest, facciamo sosta per la foto di rito al cartello che indica che stiamo, nuovamente, oltrepassando il Tropico del Capricorno. Si riparte e il deserto cambia velocemente: passiamo dai canyon ripidi alle immense lande desolate costellate qua e là da cactus e arbusti. Arriviamo a Walvis Bay per l’ora del tramonto: qui possiamo contemplare la laguna frequentata dai fenicotteri rosa e il cielo che cambia colore con il passare dei minuti: spettacolare.

Il 22 luglio ci svegliamo di buon’ora e ben imbacuccati (sì, perché in Africa fa anche freddo, oggi c’è addirittura la nebbia!) perché, come è solito dire Beppe, “Si va, verso nuove avventure…”; saliamo a bordo di una Jeep, le guide sgonfiano le gomme e siamo pronti per l’escursione a Pelican Point: qui vediamo i fenicotteri, i cormorani, i gabbiani, ma anche uno stormo di pellicani e, dopo aver percorso qualche chilometro lungo la costa, ci fermiamo per ammirare una numerosissima colonia di otarie orsine del Capo. A Sandwich Harbour ci aspetta, poi, un adrenalinico rally con i 4×4; facciamo accomodare mia mamma sul sedile davanti e poi si va, su e giù per le dune ed è straordinario vedere dall’alto l’incontro tra le onde fragorose dell’Oceano e le dune del deserto del Namib. La costa è selvaggia e disabitata, gli affacci sull’Atlantico sono incantevoli.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo Swakopmund, una piccola cittadina costiera che si contraddistingue per la presenza di numerosi edifici coloniali: un suggestivo angolo di Baviera posto nell’emisfero australe. Carina la località e molto affascinante anche la location scelta da Maria Chiara per la cena: mangiamo infatti sull’Atlantico, a bordo di una vecchia nave protesa sul mare e adibita a ristorante.

È domenica ed è quasi passata una settimana dalla nostra partenza: c’è ancora molto da vedere, ma ci rendiamo conto che il tempo sta passando troppo velocemente: è incredibile quanto le nostre giornate siano pienamente vissute e ogni attimo acquisti un valore unico. Oggi la strada ci porta verso il Damaraland; percorriamo un tratto della Skeleton Coast, ci fermiamo a fotografare il relitto di una nave affondata qualche anno fa vicino alla costa e, poi, ripartiamo verso l’interno: il paesaggio cambia inaspettatamente davanti ai nostri occhi.

Lungo il percorso sono numerosi i banchetti che vendono pietre e minerali, ci fermiamo ad acquistare qualche souvenir e facciamo una sosta da una donna della tribù Herero che, in compagnia di alcuni bambini, vende oggetti di artigianato locale ed è vestita con gli abiti tradizionali. Nel pomeriggio, facendo una deviazione nell’area di Twyfelfontein, visitiamo il “Damara Living Museum”: qui abbiamo l’opportunità di conoscere usi, abitudini e folclori di questa popolazione tra le più antiche della regione, grazie alla visione di un museo “a cielo aperto” che consta nella ricostruzione di un tipico villaggio Damara; al termine del percorso, veniamo congedati con danze e canti tribali.

Lunedì 24 partiamo diretti verso Kamanjab dove visitiamo un villaggio Himba: qui abbiamo la possibilità, grazie a un interprete, di venire a conoscenza di usi, consuetudini e tradizioni di questo antico popolo e vediamo da vicino acconciature, ornamenti e abiti tradizionali delle donne del posto.
Terminata la visita ci dirigiamo verso il parco Etosha; ad attenderci, al lodge, c’è una bellissima terrazza panoramica che ci consente di ammirare il tramonto. Aneddoto divertente: questa volta, in struttura, non abbiamo la camera vicino a quella di Maria Chiara e Tony e siamo abbastanza lontani dalla reception; tuttavia, dopo cena, quando è ormai buio pesto, per sgranchirci un po’ le gambe, noi quattro decidiamo di rientrare a piedi, tanto è facile, abbiamo le torce, mica ci perderemo! Beppe non è molto convinto, ma ci segue. Ad un certo punto, dietro di noi, dal nulla, si palesa un dipendente che ci chiede se abbiamo bisogno: “No, no! Tutto a posto!”. Ma il tizio ci segue e ci chiede nuovamente e insistentemente dov’è la nostra camera. Scopriamo che, in effetti, eravamo andati nella direzione sbagliata e, se non ci avesse dato una mano lui, avremmo continuato a girovagare in quel labirinto tutta la notte…

Le tre giornate successive sono dedicate interamente al parco Etosha, il tempo passato a bordo del fuoristrada non pesa, anzi, ci si rilassa e si perde totalmente la cognizione del tempo. Nel parco sostiamo alle varie pozze in quanto lì è maggiore la possibilità di poter vedere i vari animali che vanno ad abbeverarsi; avvistiamo avvoltoi, springbok, faraone, struzzi, orici, gnu, kudu, zebre, elefanti, giraffe, sciacalli… ed è singolare e curioso notare le gerarchie: c’è chi aspetta tranquillamente il suo turno per bere, chi scappa all’improvviso e senza un motivo apparente, chi arriva prepotente e si fa spazio tra i più timorosi, chi si guarda intorno con aria circospetta prima di abbeverarsi, chi va e chi viene… a momenti sembra di essere in un documentario: per esempio assistiamo più volte all’abbeveramento e al bagno degli elefanti e, la seconda sera, al tramonto, siamo quasi ostaggio delle giraffe per niente impaurite dalla nostra presenza e che ci accompagnano verso l’uscita del parco.

Per me, il momento più bello è stato l’ultimo giorno, quando ci trovavamo all’estremità settentrionale del parco; poco dopo l’ingresso vediamo, in lontananza e grazie all’uso del binocolo, un facocero. Io esclamo: “Se c’è Pumba, dovrà esserci nei paraggi anche Simba!”, e infatti, poco distante vediamo un’auto ferma. Maria Chiara dice: “Ci sono i leoni!”. Il cuore è a mille: che emozione! In lontananza scorgiamo un leone che si rilassa tra l’erba secca; purtroppo, però, il felino dopo poco si alza e sparisce nella savana…

Siamo ormai al 28 luglio e il nostro tempo di permanenza in terra namibiana si sta accorciando; oggi si va verso il parco nazionale dell’altopiano del Waterberg, ultima tappa prima di concludere il nostro giro ad anello. La strada, quasi tutta asfaltata, scorre dritta davanti a noi. Giunti alla struttura che ci ospiterà per la notte, veniamo accolti da due simpatici facoceri che brucano l’erba del prato davanti alla reception. Dopo aver fatto il check-in ci dirigiamo verso il bush chalet e veniamo messi in guardia per la presenza di numerosi babbuini; la nostra sistemazione è un po’ più spartana rispetto alle precedenti, ma è immersa nella vegetazione e, alle nostre spalle, il sole tramonta dietro a un’alta parete scoscesa di roccia rossa creando delle sfumature di colore a dir poco stupefacenti.

Sabato la nostra destinazione è Windhoek; giunti in città facciamo una sosta al Craft Center per lo shopping e, nel primo pomeriggio, ci sistemiamo in hotel per ordinare i bagagli e riposarci un po’ in previsione del lungo viaggio di rientro che ci aspetta fra poche ore. Per cena ci ritroviamo nel locale in cui siamo stati la prima sera, ma con una notevole differenza: abbiamo percorso 3350 chilometri e abbiamo un enorme bagaglio di ricordi, emozioni ed esperienze bellissime che resteranno impresse nella nostra memoria: abbiamo avuto modo di apprezzare la gente del posto e abbiamo avuto l’opportunità di scoprire luoghi impervi, ampi spazi disabitati e colori unici, che cambiavano a seconda delle ore della giornata…

Domenica 30 luglio. È ormai tempo di tornare, veniamo accompagnati in aeroporto e ci congediamo da Maria Chiara e Tony con le lacrime agli occhi, ma con l’augurio di poter tornare presto in quelle terre: non siamo ancora salite sull’aereo e già il mal d’Africa si fa sentire. È stata un’esperienza meravigliosa, al di là di tutte le aspettative.
Straordinario, meraviglioso, stupendo, spettacolare, incantevole, emozionante, affascinante. È difficile trovare un solo aggettivo adeguato a descrivere l’esperienza vissuta in questa terra che ti fa venire il mal d’Africa…
Emanuela

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